Sei impazzito?
“Ero matta in mezzo ai matti. I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita.”
Queste sono le parole di una Caposala che ha lavorato 25 anni nel cosiddetto ex Manicomio di Bergamo, potete trovare l'intervista completa al link:
https://www.bergamonews.it/2018/05/16/infermiera-25-anni-nel-manicomio-bergamo/282419
Ho scattato alcune foto qualche giorno fa in questa struttura che è stata una dei primi manicomi italiani all'avanguardia.
Una città nella città completamente autonoma, dotata di personale infermieristico, e perfino di un suo orto all'interno, la sua storia è davvero interessante : questo posto è un centro servizi dell'ATTS e di varie associazioni. Ospita anche HOSPICE Cure Palliative per i malati terminali, in cui qualche anno fa avevo fatto ricoverare un cugino di mia madre di Torino rimasto solo, ringrazio ancora la nascita di queste strutture a sostegno delle famiglie, fatta da medici e volontari con tanto amore. Per ridare dignità a malattie devastanti che te la tolgono, per dare sollievo dal dolore e per aiutare chi sta vicino a chi soffre e viene travolto da tutto ciò.
Ma abbiamo ancora tanta strada da fare per includere nella nostra società persone disagiate da malattie mentali spesso incomprese e non riconosciute. Quando mi capita di venire in questo posto, non posso non pensare alle persone che qui hanno passato un'intera vita, tutti gli anni che avevano.
Alcuni di loro non sono usciti da qui nemmeno quando la struttura in quanto "manicomio" è stata chiusa, semplicemente non avevano più una famiglia, non avevano una casa e non conoscevano ne le persone né la vita al di fuori di quel posto.
Mi vengono i brividi nel pensare che pur essendo un posto all'avanguardia, le cure che venivano praticate erano tremende.. non voglio entrare nei dettagli e vorrei invece poter tornare indietro nel tempo e poter regalare a quelle persone qualcosa di speciale. Se avessi adesso la possibilità di offrire loro spettacoli teatrali, musica, esposizione d'arte.. cercherei i migliori artisti e cercherei di far vivere loro un ambiente diverso.
Questo discorso mi riporta purtroppo agli attuali reparti psichiatrici dove chi viene ricoverato troppo spesso si ritrova a dormire in ambienti maleodoranti dai muri scrostati, dove l'addetto alle pulizie può passare solo due volte al giorno per contratto e gli infermieri non sono tenuti, né pagati o non hanno il tempo materiale per pulire..
E se nella migliore delle ipotesi siamo in una struttura pulita ed accogliente, se non ci sono più le camicie di forza per tutti ( ma a volte sì, ci sono ancora e ho visto con i miei occhi anche le corde delle tapparelle a tenere inchiodato al letto un giovane paziente in crisi) ci sono camicie di forza farmacologiche perché è un ambiente in cui il personale sanitario si deve poter muovere in tranquillità e non si hanno a disposizione altri spazi e risorse.
(Franco Basaglia)
Ma torniamo alla struttura stessa ho raccolto qui alcune informazioni riguardanti la sua storia e le trascrivo qui:
il complesso oggi è composto da 20 diversi edifici, di cui 12 sottoposti a vincolo di tutela e occupanti una vasta area di circa 9 ettari. La scelta o meglio la necessità di edificarlo, risale al 1882, quando la Deputazione Provinciale di Bergamo provvede all’acquisto di alcuni terreni nella periferia sud di Bergamo. L’incarico venne affidato a Elia Fornoni, che nello stilare il progetto tenne conto dei suggerimenti di Scipione Marzocchi, psichiatra lucchese che diverrà il primo primario dell’ospedale. Furono previsti locali collettivi e sanitari a loro volta suddivisi per attività, specializzazione e sesso, con camere molto più grandi e ariose e poste in relazione con le ampie area verdi di cui si disponeva all’esterno. Il corpo principale di marcata foggia neoclassica ospitava la direzione, poi seguivano il guardaroba, le cucine e via via i locali per i malati mentali, fino a giungere sul lato opposto l’ingresso principale lungo Borgo Palazzo, dove se ne sta nascosta e isolata una deliziosa chiesina a pianta ottagonale, che a dispetto dell’intero complesso è stata costruita in stile neogotico. La capienza massima raggiunta fu di 1200 degenti alla fine degli anni Cinquanta del XX secolo, mentre la sua chiusura e destinazione ad altro uso risale al 1978, in ottemperanza all’entrata in vigore della Legge Basaglia (nr. 180): la legge prende il nome dello psichiatra Franco Basaglia, promotore della riforma psichiatrica in Italia, che si ispirò alle idee dello psichiatra statunitense Thomas Szasz. La sua proposta di riformare l’organizzazione dell’assistenza psichiatrica ospedaliera e territoriale vide il superamento della logica manicomiale.
I pazienti che, secondo i nuovi criteri dettati dalla legislazione in materia, non necessitavano di un ricovero in una struttura psichiatrica vennero dimessi alle famiglie, passando sotto la supervisione dei Centri di Igiene Mentale (CIM) di competenza territoriale, o presso strutture esterne di carattere assistenziale (ospizi, case di riposo, istituti privati).
I pazienti che invece non potevano essere trasferiti in strutture esterne vennero "trasformati" in pazienti volontari - per giustificarne la permanenza all'interno della struttura psichiatrica - e affidati alle comunità che, nel frattempo, si venivano costituendo all'interno della struttura di via Borgo Palazzo, secondo le diverse patologie da cui erano affetti.
I passaggi di competenze avvenuti tra il 1978 e il 1998 sono molto complessi, a causa delle modifiche continue delle strutture sanitarie locali ed ai cambiamenti di denominazione da esse subiti. In sintesi, le strutture dell'ex ONP di Bergamo passate in gestione nel 1978 all'USSL 29 di Bergamo (poi USSL Ambito territoriale n. 12), vennero accorpate all'Ospedale Bolognini di Seriate (Bg) come Azienda 12 ed infine, nel 1998, assorbite dall'Azienda Ospedaliera Ospedali Riuniti di Bergamo.
Dietro tutte queste informazioni raccolte, ci sono vite e storie e famiglie, ovviamente. Ci sono bambini che sono entrati in questa struttura con diversità ( come le chiameremmo oggi): forme di autismo, di iperattività, sordità, ecc.
Nei primi decenni del l’800 la grande maggioranza delle diagnosi psichiatriche erano legate alla pellagra, malattia legata all’alimentazione carente di vitamine, molto diffusa tra i contadini poveri che si nutrivano solo di polenta. Oltre alla dermatite, i sintomi psichici comprendono insonnia, affaticamento, perdite di concentrazione, irritabilità, tendenza all’abbassamento del tono dell’umore. Povertà, denutrizione, malattia mentale:un circolo vizioso in cui – in un orizzonte di scarsità endemica di risorse – era facile cadere.
Con la pellagra, l’alcolismo era (e a differenza della pellagra non può dirsi scomparso) tra le maggiori cause di malattia e di disturbi nel comportamento sociale, di segni di turbolenza e inquietudine. In contesti connotati dalla mancanza di cibo, da povertà e guerre, l’eccesso alcolico è una risposta alle grandi e complesse difficoltà esistenziali, dalle relazioni familiari alle traversie del mondo lavorativo.
Città i cui assetti, i cui modi di vivere, le cui abitudini alimentari, igieniche, i cui rapporti familiari, di genere, le cui concezioni di buon costume, di sessualità, di buona condotta morale, non poche volte – allora come ora–possono essere le concause certamente rilevanti della sofferenza psichica. Sofferenza che non poche volte i «normali» preferiscono proiettare in una persona altra, da tenere ben chiusa e segregata. Isolato, ma non alieno dalla normalità del vivere corrente, il manicomio accoglieva spesso persone non dissimili dal modo corrente di vivere il tempo della città. Credere che la vita di un paziente psichicamente sofferente sia aliena al vivere corrente è ancora oggi un luogo comune diffuso e radica to, che rende più difficile un ritorno,quasi sempre invece possibile, accanto ai «nomali». ( a coloro che si considerano normali aggiungo io)
In questo processo di negazione, «i normali», non poche volte congiunti e vicini a chi soffre,possono non riconoscersi come compartecipi,forse cause di sofferenze ed esclusione dalla vita sociale; esclusione che parte spesso dalla perdita di lavoro o dalla non offerta di un lavoro.
Il manicomio è stato la testimonianza concreta, architettonicamente visibile, del fatto che i«sofferenti» dovessero essere tenuti a distanza e che bisognasse, come normali, «non averci a che fare».
Dall’altra parte, l’ospedale psichiatrico ha avuto negli anni anche contatti felici con il resto della comunità, confronti costruttivi, spunti di intervento clinico e confronti con la società civile.(ehm civile ..)
Ed è da questo interscambio positivo che bisogna ripartire, come dimostra l’apertura del nuovo Bistrò, non solo per il luogo significativo che occupa, ma anche perché impiega persone in condizione di fragilità che hanno bisogno di un supporto per l’inserimento nel mondo del lavoro. ( l'articolo si riferisce a un bistro aperto ante covid dentro questi spazi dell'ex manicomio sede di associazioni che operano a favore delle persone fragili)


